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Saint Mary Small General Hospital

Dubbo, giugno 2009
Saint Mary Small General Hospital sorge nel sud dell’Etiopia, a circa 400 Km da Addis Abeba, in località Dubbo, ma se andate a cercare “Dubbo” con Google Hearth non lo troverete perché non è una città, bensì una vasta area rurale, con profonde radici culturali fra la popolazione Wolayta che vive in questa regione.

La città più vicina è Areka, sede di mercato tutti i martedì, perciò punto di aggregazione per gli abitati della zona che percorrono lunghe distanze a piedi per acquistare viveri o per scambiarsi materie prime per la vita quotidiana nei villaggi, ma sicuramente anche solo per condividere notizie o incontrarsi. Dubbo è costituito da villaggi sparsi in un altopiano a 1800 metri; è densamente popolato e grazie al clima mite ed al terreno fertile, dalla venatura rossastra, è coltivato nei piccoli appezzamenti intorno alle capanne.

Purtroppo le precipitazioni in tutta l’Etiopia sono modeste e la stagione delle piogge è attesa con ansia e con quella dose di fatalità che delinea un popolo abituato ad affrontare avversità. Dubbo è la sede della missione di frati cappuccini, che mi hanno ospitato durante un breve soggiorno nel mese di giugno in qualità di volontario medico, e di suore del Sacro Cuore, il cui impegno è rivolto all’istruzione dei bambini Wolayta ed all’assistenza di neonati e bambini abbandonati. All’interno della missione ci sono una scuola materna, con insegnanti locali, ed un orfanotrofio in cui vengono accuditi circa 40 bambini, dai primi mesi di vita fino verso i quattro anni, epoca in cui potranno sperare in una famiglia adottiva. Nella vicina Areka invece c’è una scuola elementare a gestione cattolica, ma sempre con insegnanti locali ed equiparazione statale, testimonianza dell’integrazione della missione con il tessuto sociale dei Wolayta.

A Dubbo fra il 1999 ed il 2001, è stato costruito per volere della non lontana diocesi di Soddo, e con il consistente contributo di un’associazione italiana delle Marche, il Saint Mary Hospital. Inizialmente il CUAMM, forte dell’esperienza maturata in Etiopia con il presidio ospedaliero di Wolisso, ha contribuito alla sua organizzazione; ora però l’ospedale è autonomo, perché nell’ambito dell’assistenza sanitaria statale è gestito economicamente dalla diocesi etiope, ed amministrato da Sister John, una suora americana settantenne, carica di energia e dotata di un carisma che si rinforza conoscendola.

Alle origini l’ospedale doveva costituire un punto di assistenza per gravide e bambini, ma nel 2003 sono stati aggiunti ai reparti di ostetricia e di pediatria, una divisione di medicina ed una divisione di chirurgia dotata di sala operatoria. E’ un ospedale di piccole dimensioni, con una sessantina di posti letto: il laboratorio analisi, la radiologia ed la farmacia costituiscono il perno di tutte le attività, mentre il pronto soccorso è il luogo in cui si concentra il lavoro medico. Il pronto soccorso non è esattamente come lo possiamo immaginare nella nostra realtà occidentale: è’ un compromesso fra accettazione ed attività ambulatoriale, che funziona nelle fasce orarie diurne, mentre durante la notte si attiva per le urgenze. Ma le urgenze sono quasi sempre differite, probabilmente perché le grandi distanze da percorrere e le difficoltà di trasporto rendono l’intervento medico-chirurgico pianificabile.

Al pronto soccorso giungono quotidianamente pazienti gravi, come il bambino che nella capanna si è ustionato con la pentola di acqua bollente, oppure il ragazzino che viene trasportato di corsa in una barella improvvisata perché assalito nella foresta da un animale, probabilmente una iena. Ma più frequentemente sarà un bambino di pochi anni che giunge in braccio alla madre, con il capo avvolto dalla “nathela” in segno di malattia, immobile, in uno stato soporoso, con febbre alta: fino a prova contraria avrà la malaria, talvolta nella temibile forma cerebrale. In casi come questi al pronto soccorso vengono impostati i pochi esami disponibili, immancabilmente lo striscio di sangue in caso di febbre per diagnosticare la malaria, quindi viene definita la terapia, mentre in reparto od in un padiglione di Day Hospital diurno, il personale infermieristico svolge il successivo iter assistenziale.

L’organizzazione, nel rigoroso rispetto delle risorse limitate, è un esempio di semplicità ed efficienza. Dentro di me, medico ospedaliero, abituato al supporto di una tecnologia avanzata, è scattata un’immediata ammirazione per la capacità di affrontare situazioni critiche utilizzando esame obiettivo, ragionamento clinico e ricorrendo ai pochi accertamenti disponibili per una conferma della terapia. Ma le sensazioni che non ti abbandonano anche a distanza di tempo, una volte rientrato in Italia, sono l’impotenza e la rabbia di fronte a malattie come la malaria, che continuano a uccidere bambini con un ritmo inaccettabile.

Ero preparato alla diarrea, alla malnutrizione, all’AIDS, ed ho costatato quanto sia efficace il lavoro svolto dal WHO, in termini di diffusione di schemi terapeutici o di distribuzione di prodotti per l’alimentazione. Ma all’impatto emotivo della malaria cerebrale non ero affatto preparato: colpisce bambini in pieno benessere e quando le condizioni diventano sempre più gravi nel volto degli infermieri si percepisce il coinvolgimento affettivo, fatto di gesti delicati e di sguardi consapevoli, mentre la disperazione dei genitori si offusca in un triste rassegnazione.
Berhanetsheay è il medico etiope che ho affiancato durante la mia breve permanenza a Dubbo.

Lo staff medico ospedaliero è costituito da tre medici generici, un chirurgo e due anestesisti. Berhanetsheay attualmente è responsabile dei reparti pediatrico ed ostetrico: oltre alla patologia pediatrica, deve occuparsi del monitoraggio in gravidanza e deve rendersi disponibile in sala parto nel caso di gravidanze a rischio o parti difficoltosi. Anche se l’assistenza della gravidanza nei centri di salute territoriali e negli ospedali sta aumentando, la maggioranza dei parti si svolge nei villaggi, anche perché le prestazioni in ospedale sono a pagamento, e solo una minoranza può permetterselo. Se una gravida giunge in ospedale per partorire è prevedibile che il parto possa complicarsi, fino al taglio cesareo.

La collaborazione di MOXA all’ospedale di Dubbo si era concretizzato nel 2008 con la donazione di attrezzature ospedaliere fra cui un ecografo per il monitoraggio delle gravidanze e due incubatrici, che ancora non erano state messe in funzione. Il mio piccolo contributo in qualità di pediatra – neonatologo ha preso forma in occasione di una rianimazione in sala parto di un neonato di basso peso, nato da taglio cesareo e da gravidanza gemellare. Dopo aver stabilizzato il neonato, insieme a Sister John ed a Berhanetsheay abbiamo riorganizzato il punto di rianimazione neonatale in sala parto, allestendo una postazione con semplici attrezzature che mi ero portato dall’Italia e mettendo in funzione un’incubatrice per i neonati prematuri. Dopo pochi giorni, in prima mattina, è giunta al pronto soccorso Sister Ganet, un giovane suora etiope che lavora nell’orfanotrofio, e ci ha mostrato una neonata avvolta in un telo. Era una bambina di basso peso, dai lineamenti delicati, ma con la cute marezzata, gelida al tatto, perchè abbandonata lungo la strada durante la notte.

Era ancora vitale per respirazione e frequenza cardiaca, ma priva di reazioni agli stimoli. L’abbiamo immediatamente posta in incubatrice al caldo, con ossigenazione e umidificazione dell’aria e dopo aver posizionato una fleboclisi, abbiamo iniziato a somministrare glucosio endovena. Probabilmente anche senza incubatrice l’assistenza sarebbe stata adeguata, ma voglio pensare che quell’angolo in sala parto sia ancora operativo e che possa servire ad altri neonati. Spero anche che le istruzioni operative in inglese, appese come un poster di fianco all’incubatrice, servano da guida alle manovre di rianimazione neonatale.

Ed oggi quando gli amici mi chiedono se tornerò in Etiopia, pur soddisfatto per questo piccolo intervento, non so cosa rispondere. Ripensando ai giorni trascorsi a Dubbo rivedo lo spirito battagliero di padre Silverio, un frate francescano originario delle montagne bolognesi che ha trascorso 30 anni fra i Wolayta e che ormai ottantenne, col suo impegno pragmatico e con quel suo modo di esprimersi diretto e schietto continua ad essere una figura di riferimento per i frati etiopi che vivono nella missione.

Oppure mi tornano alla mente le parole di suor Maria Regina quando si è ammalata di Tifo e si preoccupava di non poter andare alla messa comunitaria serale e di non poter essere presente la mattina successiva all’ingresso a scuola dei suoi bambini. Ma rivedo anche tutti quei bambini sfortunati che nonostante le cure non erano più presenti la mattina, quando ritornavo per la visita nel reparto pediatrico. Una zanzara ti punge al crepuscolo senza che neppure te ne accorga: se punge un adulto la malattia sarà più o meno severa, ma se colpisce un bambino che abita lontano dall’ospedale ed a cui non si riesce a somministrare chinino o clorochina in tempo utile, allora un destino impietoso compirà il suo corso.
Il Saint Mary Hospital è un esempio di assistenza sanitaria, limitata ma qualificata, in un paese in via di sviluppo.

Il supporto che forniamo dall’Italia gli permette di affrontare le sfide organizzative ed economiche che quotidianamente sister John ed il suo staff devono arginare. Dal mese di agosto il chirurgo non lavora più a Dubbo, e trovare un sostituto non è semplice. Tutti gli anni a settembre è atteso il dottor Enzo, un chirurgo in pensione di Latina, che ormai annualmente trascorre due mesi nella missione e durante questi due mesi ha una lista operatoria di 5 – 6 interventi al giorno dal lunedì al sabato.

Collaborare con l’Ospedale di Dubbo ha il significato di sostenere quanti vi hanno dedicato e vi dedicano tuttora energie, per un progetto sanitario immediato e concreto, rivolto ad un popolo fra i più poveri e bisognosi al mondo. Durante il mio soggiorno ho conosciuto Laura, una giovane volontaria di Pordenone, laureata in sociologia, che affiancava le suore nell’orfanotrofio. Ci siamo chiesti cosa vuol dire essere volontari in Africa od in altre parti del mondo, ed un po’ scherzando ci siamo immedesimati nel ruolo di “personaggi in cerca d’autore” che con il loro bagaglio culturale si ritrovano in un’altra dimensione e senza pretese cercano di dare un significato alla loro presenza lì dove la loro storia personale li ha portati. E che semplicemente quando giunge il momento della partenza, sentono il bisogno di ringraziare le persone con cui hanno condiviso una breve esperienza.
Bruno