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Etiopia

8-03-2006

Siamo partiti verso le 4.00 da Bologna e ora che ormai è notte siamo qui, nuova città, nuova gente, ma soprattutto nuovo spirito. La città ci appare scura, le strade grandi e illuminate sono deserte, baracche multicolori e sguardi stupiti, miseria e eucalipti altissimi traducono l’emozione per una strana avventura in colori ed odori e cielo e canti e occhi sofferenti e strade polverose e poche parole. Il viaggio è trascorso lento e istantaneo come solo l’aereo e le aspettative più acerbe e emozionanti sanno fare, ti svegli al freddo di nebbiose cittadine operose e solitarie e meravigliose ed opprimenti, svegli i quattro occhi che valgono una vita, vi trasportate sull’iperbolica invenzione che ha modificato la nostra percezione della distanza e quindi della differenza e dell’iniqua sua sorella, la ricchezza, e scendi tra alte montagne e alte acconciature, tra altre culture e altri percorsi, estranei a quella che ieri chiamavi la tua vita e adesso definisci routine.

Non so perché sono qui, neppure cosa dovrò fare, e questo forse è la migliore delle risposte che potevo prevedere, ancora capace di andare dove non ho nulla da fare, cercare di lenire la smania del fare sinonimo di volere, cugino del pretendere e del conquistare. Abbiamo svoltato ora tra capre dormienti e coperte attorcigliate su corpi troppo piccoli per non essere bambini, alberi luccicanti contornano cantieri semibui, l’autostrada ha ceduto il passo a terra rossa, la gente è in giro e non si volta al clacson che chiede strada, un paio di bambini sorridono ai capelli biondi di mio figlio, un muro, filo spinato ed un orfanotrofio si aprono, e dentro silenzio e casette gialle e stanze decorose un po’ da monastero trattengono la consapevolezza che il primo passo è fatto, e come vedete ci cado ancora, fare fare e ancora fare, è questo il verbo che comanda il mio cuore,ma non è un male ne un bene, sicuramente ci penserò, a queste domande, che ora è notte, cantano i grilli, urlano le iene e la luce del neon del corridoio mi illumina il cuscino.

E lei è di fianco a me, io di fianco a lei, il mio bimbo dorme già, tutto in questo modo si ricostruisce e ha un significato, più di un viaggio, meno di un azzardo.

9-03-2006

Il canto di un Muezzin e la luce quanto mai piena ci impediscono di rimanere a letto, il timore di dover iniziare sul serio qualcosa di nuovo mi schiaccia la testa nuovamente tra le lenzuola, ma lei si alza, è ora ormai, e poi senti i bambini, sono proprio sotto la nostra finestra.

Sveglio il mio piccolo tesoro, quasi tre anni di capelli d’oro e occhi di cielo, capricci e sorrisi, lo porto alla finestra che guarda la nostra porzione di Etiopia, che pare già essere privilegiata eppure riguarda sguardi giganti di bimbi minuscoli e soli e orfani e all’apparenza così più forti di noi. Scendiamo con la sensazione di essere di troppo e probabilmente è così, ma non ce lo fanno notare, non sapeva nessuno del nostro arrivo, noi non conosciamo il posto,ma le cose si semplificano davanti alla pelle così chiara del mio piccolo Samuele ed ai suoi corrispettivi scuri e altrettanto sorridenti, intenti a giocare e capire cosa bisogna fare, per farsi volere bene. Jennifer ha il camice, che ci aiuta a proseguire, a noi, intendo, ad assicurarci un ruolo in un luogo già ben codificato e a prima vista anche molto ben organizzato, visitiamo l’ambulatorio con le tre infermiere già al lavoro, una discreta farmacia e un archivio con le cartelle dei bambini.

“Non ci sono casi gravi” – ci dicono – ed in effetti il medico viene due volte a settimana. “Ci sono una cinquantina di bimbi nella nursery” ed entrando li vediamo, due per lettino intenti a piangere e bere e sorridere e guardare e camminare mentre instancabili ragazze li puliscono e lavano per terra e li baciano e sistemano e si sostituiscono alle madre che non hanno più finchè non ne verranno di nuove. A mia moglie fanno vedere un bimbo, e quando lo vedo, il primo pensiero è quello di dirmi che quel piccolo è la prima immagine dell’Africa immaginata, poi ora mi dico che non è altro che il mio ennesimo tentativo di fare poesia su una realtà che non mi appartiene. E’ stato operato, idrocefalo, magrissimo, non mangia, vomita e ha avuto convulsioni. Altro non possiamo fare che portarlo in ospedale dove altro non fanno che guardare mia moglie e dirle che il bimbo lo conoscono, è in cura, e qui molto di più non si puo’ fare,ed in effetti è la prima lezione medica da accettare, non possiamo darle noi, le lezioni, siamo qui ad imparare, anche a non fare altro che portare il bimbo stretto in una coperta al bar dell’ospedale, che la sua tata deve ancora pranzare, e allora a noi due coche, risaliamo in macchina e ci guardiamo.

Samuele mi si è addormentato in braccio nella sala d’aspetto dell’ospedale e ancora dorme mentre Andrea, l’autista del villaggio, ci trascina su strade inagibili a guardare la sua Addis Abeba, ripetendoci che qui non ci si può fidare, perché sono tutti poveri, ed io penso che neppure dei ricchi ci si deve fidare,ma questa è una regola che ci viene dalla nostra lontana casa. E’ un tipo simpatico, Andrea, parla un discreto italiano imparato a scuola, e semplicemente ci riassume il problema dell’Etiopia: chi è povero non ha da mangiare, non si può curare, muore, e non può andare a scuola. Chi è ricco lo diventa sempre di più e aumenta gli affitti dei poveri. Che sono il 90% di tutti gli etiopi. Ci dice. E ci chiede dell’Italia, paese ricco dove non c’è questa polvere nelle strade e lui potrebbe guidare senza questi occhi affaticati, dove non si lavora per pagare da mangiare e da dormire e ricominciare da capo, ma dove dopo trent’anni di lavoro ti puoi anche comprare la casa. Ci penso. Non so che dire. A casa mi lamento. Qui non mi pare molto sensibile. Ma in effetti gli immigrati in Italia non mi sembra se la passino molto meglio. Eppure probabilmente possono pagare le medicine di chi è rimasto nel paese d’origine. E ciò mi spiega molte cose.

Prima di tornare a casa, ci fermiamo a comprare le medicine per rifornire l’ambulatorio e a capire che veramente sono troppo costose perché uno stipendio medio le possa coprire senza stenti, prendiamo anche un paio di palloni perché un’ora di giochi con questi bimbi mi ha fatto capire che il gioco è l’unica cosa che mi sento di fare. Non sono medico. Stiamo al villaggio pochi giorni. Niente più di qualche canto, un calcio alla palla ed un sorriso. Niente più per loro, ma io mi porto già dietro queste parole e tanti altri pensieri e sguardi e paure e stanchezze e decisioni.

10-03-2006

Samuele si sta svegliando: dopo non averne voluto sapere di addormentarsi per la dormita del pomeriggio è crollato ed ora sono solo con lui nella camera del villaggio a sentire passare il tempo e cantare i muezzin, scricchiolare i tubi e segare i tondini del cantiere. E’ una giornata di suoni più che immagini, dall’immancabile preghiera mussulmana che scandisce il venerdì e ti fa chiedere quanto preghino rispetto a noi, al rumore del vento che ha scandito la mattinata mentre giocavamo a calcio e aspettavamo la pioggia, dal chiasso delle auto e dei camion mentre ci dirigevamo ad incontrare Hailù a mio figlio che ora russa perché di alzarsi ancora non ne ha voglia. Ciò che invece rimane di visivo e anche se invisibile tocca i pensieri, è il colore degli occhi di questi dolci bimbi, tutti uguali nel loro fiero e deciso chiedere perché, chiedersi il motivo e provare a darsi più che una risposta una soluzione: come fare e cosa fare per entrare nello sguardo di questo altro mondo venuto in visita: e qua non c’è altro da dirsi che non è giusto, provare a sentirsi in colpa per qualche secondo in più e chiedersi se riuscirai a portarti dentro questa sensazione di ingiustizia riprendendo la tua vita normalmente privilegiata, indiscutibilmente elitaria. Per fortuna poi una bimba dai capelli crespi e sporchi mi viene in braccio, mio figlio litiga con dieci altri maschietti per salire sullo scivolo e devo provare con un bel giro tondo a ripercorrere la distanza tra me e loro, tra strani pensieri contorti e i fiacchi canti che almeno gli provo a offrire.

Jennifer invece è stata trasportata in ambulatorio, sistema medicine e si fa spiegare esami un pò fai da te e prova a capire cosa c’è di diverso e di nuovo e come chiedere e cosa dire in un luogo dove stai per pochi giorni e ti scontri tra il desiderio di aiutare e la necessità di lasciar fare, tra ciò che ritieni giusto e ciò che è importante, decisivo e indispensabile.

E’ sera, intanto, le ultime piccole aquile salutano alcune nuvole sparse con danze che ti trasportano in alto mentre il rumore inevitabile di qualche camion malmesso su strade sconnesse all’inverosimile ti ribadisce che il mondo è ovunque sogno tra le stelle e affaticata passeggiata tra le rovine della terra.

11-03-2006

Sole e vento sbattono le prime ore della giornata, qualche lieve contatto con le mani addormentate del mio dolce amore mi risveglia dolcemente, due occhietti semichiusi dietro al lettino di legno mi mettono di buon umore. Presto però sono già a litigarmi la fatica di adeguarmi al mio ruolo di osservatore neutrale, gioco con orfani capaci di ascoltare senza capire e con il mio piccolo Samuele che vuole tutto e subito come gli ha insegnato il nostro mondo, come io gli mostro ogni giorno e ti chiedi cosa fare, chi assecondare, la tua voglia di dirti io non c’entro o la paura di ferire il piccolo biondino, la chiara evidenza di una frattura netta tra ciò che sai che dovresti essere e ciò che pensi sia giusto fare, ci rifugiamo in camera, scendiamo ma è tardi, i bimbi sono all’asilo.

Decidiamo tutti e tre di prenderci il resto della giornata per fare, e non solo essere, veri turisti, con musei e taxi e giochino per Samuele e città caotica e piena di smog, palazzoni e polizia, ambasciate e guardie armate, “la situazione politica non è buona” dice Salomon il taxista e poi ci porta a telefonare a casa, va tutto bene, credetemi, per chi viene dall’Italia.

La sera porta serene stelle e luna piena, qualche foto e molti sorrisi, venti splendidi bimbi si corteggiano le attenzioni di tutte e tre e non puoi che sentirti amato e provare con un bacio a chiedere amore per la loro notte affollata, di compagni, di sogni, di paure.

12-03-2006

Domenica. Scendiamo e i bimbi ci assalgono con la loro voglia di giocare e anche con troppi abbracci e Samuele per tre volte vuole tornare in camera. Trovo il peggiore dei rimedi portando dei palloncini che provocano una vera rissa. Penso che non dimenticherò le trecce crespe della bimba che mi dice di non farlo più, che nulla vale questo scontro e qui il senso di colpa mi investe forte e mi dico che bisognerebbe venire se si è preparati e comunque che ho capito. In realtà poco, perché uscendo vado a fare la spesa per i mesi che passeremo all’ospedale di Wolisso e mi faccio portare in un supermarket italiano e guardie alle porte e prezzi esorbitanti e d’altra parte sono italiano e sono ricco. Tornati all’orfanotrofio Padre Roberto, cappuccino in Etiopia da cinquantasei anni, celebra una Messa velocissima con ottanta bimbi che non capiscono il suo italiano ma sono allegri composti e silenziosi come mai ne avevo visti e aspetto la liberazione dei canti col tamburo per esplodere la loro allegria o quello che è questo tentativo di dimenticare di essere soli.

Partiamo puntuali per Wolisso con il fuoristrada di Fabio stracolmo di valigie e di spese: la strada è asfaltata e scorrevole, la vegetazione certamente non ricca, si aprono altopiani circondati da alte cime, nuvole dense all’orizzonte preannunciano la pioggia che ci accoglie appena scaricate le valigie: siamo arrivati all’ospedale, tante casette bianche, la nostra in un gruppo di cinque più appartate per i medici e gli ospiti stranieri. Tutto è molto curato, fiori e giardino, gli interni essenziali ma ben tenuti, quasi un residence. Siamo un pò stanchi, ma ci invitato a cenare fuori e li seguiamo al Negasi Lodge, un bellissimo albergo poco lontano, con piscina e bistecche al pepe verde. Sono tutti gentili, chi più chi meno. Samuele è in forma, noi anche e una luna piena e brillante illumina il cielo nuvoloso ma altissimo. Riconosco qualche costellazione, ma sono girate rispetto a Modena. Anche la prospettiva della nostra vita, spero si ribalti.

13-03-2006

Primo giorno. Sveglia presto, la Jennifer parte timorosa per il suo primo giorno e al ritorno sarà piuttosto demoralizzata e spaventata. Noi esploriamo prima l’ospedale e subito dopo usciamo. Una signora dallo sguardo gentile e dal buon inglese ci saluta e ci fa qualche domanda, una silenziosa piccola folla di curiosi ci guarda finché non rispondiamo ad un ragazzo. Veniamo cordialmente circondati e investiti di domande, da come vi chiamate a quali differenze con le vostre città, a cosa fate qui. Tutte domande lecite e semplici, cui vorrei saper rispondere in modo più completo: mia moglie è pediatra all’ospedale, io sto qui col mio bellissimo figlio e la mia città è molto più complicata, nessuno fa domande a chi è diverso eppure siamo molto più ricchi, nessuno chiede di posti lontani, perché molto li abbiamo studiati, nessuno si ferma a chiacchierare con chi non conosce, perché molto altro abbiamo da fare. Serata tranquilla, tutto scorre in silenzio, solo gli occhi velati di lacrime di Jennifer potrebbero dire qualcosa di più, ma non vogliono e forse è giusto così.

14-03-2006

Nuova giornata, tempo incerto. E’ arrivata una nuova famiglia che si fermerà a Wolisso due anni, due medici e tre bambini: Samuele è alle stelle, nuovi amici e nuovi giochi. Usciamo per il paese col gari, il carretto tirato dal cavallo e guardiamo un pochino di questo paese, le sue case di fango, le piccole fattorie, i bambini per strada, i sorrisi, i malati

Jennifer torna e sta un pò meglio, mangiamo il pranzo tutti insieme di Mulu, con tortelli di zucca e molto altro, Samuele si riposa e io provo a riparare la lavatrice. Le serate hanno ritmi nuovi, con silenziosi sguardi e favole e giochi a carte e corse in bagno che il cambio paese si fa sentire, tutto nuovo, senza fragore e senza fretta, col cuore che fatica ad abituarsi e la mente che ringrazia, la mia, quella di Jennifer Sembra chiedere il perché di questo cambiamento, il perché di tanta sofferenza.

15-03-06

Tutto assume un ritmo più tranquillo, per me e Samuele e chi si lascia indietro le corse frenetiche di casa e può permetterselo. Che almeno, ti fa pensare, a volte ti fa stare anche male, perché tra pace e noia il confine è sottile, ma pensare fa comunque bene, e pure dormire alle volte. E troppo spesso a casa questo non ce vogliamo permettere, che se ci fermiamo e scopriamo che qualcosa in fondo a tanta ricchezza e tanta frenesia non basta, come facciamo a giustificarcelo? Cosa può riempire un eventuale ulteriore senso di vuoto?

16-03-06

Le piccole consuetudini sono così veloci a crearsi quanto difficili a dimenticarsi: giretto a cavallo, il pane caldo dopo il giretto della sera, un buono spris di mango e papaia, non è questa l’Africa? O sono i bimbi rachitici e affamati descritti dalla Jennifer? E’ forse un medico che crea speranza con un ospedale e poi a sentirlo parlare non è poi così santo? O è forse santo per quello che fa, e non certo per il motivo per cui. Sono domande corrette e visioni distorte di chi si chiama fuori, anche volendo mettere dentro la testa, sapendo comunque di poterla tirare indietro in fretta, prima che sia troppo tardi.

17-03-3006

Venerdì. La Jennifer va al lavoro, le posso dare solo un bacio e sperare che vada meglio, non sempre è facile. Io con Samuele e l’altra famiglia al completo vado alla Missione di Suor Maria. Entriamo e proprio come uno può immaginare siamo assaltati da tantissimi bimbi con la divisa blu, gli occhi scuri e un grande sorriso. Diamo un’occhiata alle aule con i banchini piccoli piccoli e tanti giochi e le grandi lavagne. Visitiamo anche la Missione col grande salone a piano terra, le stanzine delle suore, la cappella minuscola e tanto da fare. Stanno ristrutturando e chiedo di dare un’occhiata, e si vede subito che le cose rispetto all’Italia sono un pò meno precise: hanno tagliato le già sottilissime capriate di ferro che adesso veramente non appoggiano su niente. E infatti il tetto sta venendo giù. Verrò a vedere un pò, non è che sia proprio la mia specialità ma ci proverò, tanto male (peggio?) non potrò fare. Conosciamo Paolo, un ragazzo di trentacinque anni in Etiopia da due e che starà qui: si è sposato, è un missionario laico e si occupa di un pò di cose per conto della Diocesi. Lunedì andrà a visitare una missione un pò sperduta a vedere un po’ i bimbi per l’adozione a distanza: gli chiedo se posso andare con lui e sua moglie, etiope, ed è molto gentile. Il pomeriggio è tranquillo, torna Jennifer ce sta meglio, ci riposiamo alla sera giocando a briscola con Samuele. Samu non è al top della forma, brontolone si rifugia molto nella coperta e in mamma e papà, e d’altra parte è dura cambiare tutto così in fretta.

18-03-06

Sabato. Giorno di mercato: dopo il lavoro di Jennifer ci andiamo subito ma sbagliamo: c’è il sole, Samuele sia addormenta subito nello zaino e Jennifer non è abituata alla calca che ci attornia appena vedono un ferenti: battiamo in ritirata senza aver comprato quasi nulla: il mercato è comunque veramente “colorato”, gente ovunque, la verdura, o la frutta, i tessuti, tutto è per terra con tanto rumore, tante offerte, tanti occhi che ti guardano e in molti trovi il bisogno. Al risveglio di Samuele tutti in piscina, 6 bimbi scatenati, con altrettanti adulti non da meno, nell’acqua calda delle terme di Wolisso.

19-03-06

Messa alla Missione, in italiano, e pranzo tranquillo a casa, con serata a pizza tutti insieme e Samuele che non sta bene… gastroenterite?

20-03-06

Naturalmente diagnosi confermata, notte sempre svegli con Samuele che sta male ed io che devo partire alle 6.30. Parto lo stesso, ed è una giornata molto istruttiva: il paesaggio in macchina mi cambia di fianco, banani e capanne si alternano a questi campi a tef, bambini sulla porta, altri che accompagnano caprette e muli, poche auto. Arriviamo a Wilkite, paesino simile a Wolisso, lo superiamo per imboccare uno stradino sterrato che ci porterà a Getche dopo essere corsi icontro ad un cielo altissimo e meraviglioso, ad alte montagne che fanno da corona a questo smisurato altipiano, incontro a gente poverissima che ci aspetta per registrare suo figlio, forse entrerà nell’elenco delle adozioni a distanza. La Missione è malridotta, in ristrutturazione, per quel che il termine vuol dire. Entriamo in una classe dove tanti occhi ci sorridono, attenti e ordinatissimi a salutarci in coro. Ci prepariamo, mentre tante famiglie ci guardano e scrutano cosa facciamo, due banchi per compilare i moduli con nome e informazioni famigliari, poi passano da me per una foto, tutti molto spaventati e a volte curiosi, con una lavagnetta ed un numero e un pò di senso di colpa e malessere e stupore da parte mia, il fotografo, ferengy, che guarda i poveri passare. Eppure è così che avranno quel poco che potrebbe significare andare a scuola, se si riuscirà a ristrutturarla, significare cure mediche, se si farà l’ambulatorio, un qualche sorriso in più, ma in definitiva il sorriso non manca neppure a desso e questo stupisce. Finiamo dopo una lite per portare prima i bimbi alla foto, ma non riusciamo a censirli tutti, urla e qualche minaccia, poi Suor Maria spiega, distribuisce un numero per la prossima volta e partiamo. Andiamo ad una missione con un bel ospedale a salutare altre suore inglesi e a mangiare i nostri panini (con la Mortadella italiana!!) sotto una veranda e la pioggia che scroscia. Torno a casa con Samuele che non sta bene ma sorride, e penso che le cose da fare sarebbero proprio molte, ma è questo uno dei motivi per cui sono venuti e sono contento di aver visto cosa si può fare, si potrebbe, cosa fanno altri per noi.

21/25-03-06

Riassumiamo un pochino una settimana con Samuele che non mangia mai, beve poco ed è scorbutico: ha la giardia e oggi, sabato, sta meglio e siamo più tranquilli. Ho iniziato intanto ad andare alla missione, ho fatto un mini progetto per la missione rialzata di un piano sopra, ho visto un pò come lavorano qua (!!) quanto li pagano (1 euro al giorno neanche), conosciuto il capocantiere italiano, ma nato qua e con la loro mentalità e capito un po’ qualcosa di come fanno… proprio un altro mondo, ma mi interessa e mi piace

Per il resto la Jennifer si è ambientata anche perché ora lavora da sola con le infermiere e i rapporti con le persone vanno meglio, anche se rimangono difficli per via della lingua. Purtroppo i bambini stanno spesso molto male, ne muoiono anche tanti, per malnutrizione, Aids, e altre cose così e mi sembra che sia davvero dura. Pensierino della settimana:

Tgest, pazienza: questa è la parola di oggi: è il soprannome di un papà di un bimbo ricoverato da un sacco di tempo e che, dice Jennifer, è sempre lì che lo accudisce. Ma è anche quello che bisogna dire di fronte ad un altro papà che non può più restare qui, deve lavorare, ma suo figlio è denutrito e… Ed è anche, Tgest, la parola da ripetersi con un pò di nausea che ti tiene in casa, da ripetere mentre aspetti che arrivi chi ti ha dato appuntamento alle 9 e sono le 10.30: è un mondo diverso, che in effetti la pazienza te la suggerisce fino ad importela, niente frette occidentali né sicurezze da HAI UN problema eccoti IL RIMEDIO: a volte non c’è, e allora bisogna avere pazienza, Tgest.

Aggiornamento: il papà del bimbo malnutrito rimane ancora una settimana, lo hanno convinto e questa è una vittoria

La J è chiusa in bagno da mezz’ora e questa è Gastroenterite: tgest

26-03-06

E’ domenica: Samuele ancora non è in piena forma e piange un pò, ma andiamo a Messa ed è abbastanza bravo, tanto che poi Abba, il sacerdote canadese dell’ospedale a cui ho messo a posto l’email e mi è fin troppo grato, ha detto che un bimbo così bravo non l’ha mai visto. A pranzo andiamo dalle suore alla Missione che ci hanno preparato un super banchetto con pasta e cibi etiopia e altra roba che io non mangio però perché non sto proprio bene. Facciamo anche un bel giro alla Scuola e poi torniamo a casa: serata per me drammatica, sto malissimo!!! Prima di cena mettiamo anche il sondino nasogastrico a samuele per fargli finalmente prendere l’amarissima medicina antigiardia che non vuol prendere via bocca: alla fine è meglio via naso!!!

27 e 28-03-06

Due giorni in cui sto malissimo, sempre a letto o quasi con super gastroenterite e sviluppo della pazienza e nausea e stanchezza e pensa se per un minibattere (!?) nella pancia devo sembrare mezzo morto. Samuele sta meglio, la Jennifer così e così, che sia già il mal d’Africa???

29/30/31-03-06

Sono dimagrito (finalmente) ma stiamo tutti bene: ricomincio a lavorare qualche mattina alla missione, porto Samuele con me che è super in sintonia con Suor Maria che sa come prenderlo e va tutto bene: una giornata la passiamo a scrivere i progetti da riportare a casa per trovare finanziamenti, l’altra la passo io a picchettare una strada (che fatica) e segnare coi blocchetti i perimetri delle stanze da ristrutturare: il progetto va bene e le misure tornano tutte, sono molto contento. Ho conosciuto nel frattempo meglio il sig. Vitale, il capo dell’impresa (??) edile, con una vita da film: nasce qui da genitori italiani, diventa imprenditore (socialista!!! eh) e alla fine degli anni sessanta ha oltre 150 dipendenti e una cava e arriva Menghistù: il regime comunista gli espropria tutti i beni (8 milioni di Birr) e lo vuole arrestare ma i suoi operai si rivoltano alla polizia e ai carraarmati e lui viene rilasciato: gli ridanno parte dell’azienda, ma il sindaco di Addis suo nemico va a capo del Politburo: lo avvertono in tempo e lui scappa in Arabia Saudita dove rimane 14 anni entrando di nascosto un paio di emsi l’anno a casa: nei paesi arabi tutti pagano dieci volte il valore di ogni lavoro e sta da nababbo, finchè non arriva la prima guerra del golfo che distrugge l’economia saudita: nel frattempo, primi anni novanta, cede il governo comunista e Vitale ritorna ad Addis e rimette su una piccola imprese edile, che lavora molto con le missioni essendo lui laico ma appartenente ad un ordine francescano: a metà tra storia, vita e libri!!!