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Nel sottoscala della pizzeria ‘di napoli’

Vicino all’antica pasticceria da Enrico, nel vecchio quartiere italiano di Piazza, è stata aperta in questi ultimi anni una pizzeria: la pizzeria Di Napoli. Prima di essa, in quello stesso stabile, si trovava una libreria italiana, piuttosto grande e ben fornita. Morto il proprietario, la libreria fu chiusa e trasformata appunto in una pizzeria. Fuori però, sul marciapiede, dietro i tavolini sistemati lungo la via, a ridosso della vetrata principale, c’è ancora una vetrinetta stipata di libri dall’aspetto non più giovane. Ti puoi sedere, chiedere al commesso se ti chiama il responsabile dei libri e dopo un po’ di attesa, arriva correndo un simpatico ragazzo grassoccio dal viso rotondo, occhi grandi e luccicanti, sorriso furbetto. Comincia a sopraffarti di parole e parole, mozziconi di frasi in italiano, per cercare di capire i tuoi interessi e vendere i suoi libri, rimasugli della precedente libreria. In genere sono reperti storici, fotografici, pezzi a volte unici. Parlano di un passato che ormai suona lontano nel nostro mondo ma che non sembra completamente sepolto in questi posti, tra i superstiti locali e negozi fondati dagli italiani negli anni trenta. Tra una chiacchiera e l’altra il furbo venditore racconta che i libri li recupera tuttora, in case di vecchi italiani che muoiono e i figli vogliono svuotare i ripostigli. Lavoro sempre più difficile, sospira pieno di autoconsiderazione. Quando le copertine sono troppo consumate o sparite, provvede a nuove rilegature in finta pelle con titoli e autori in caratteri dorati, purtroppo non sempre corrispondenti al contenuto del libro.

Addis Abeba-Viale Benito MussoliniUn giorno, dietro richiesta di un conoscente collezionista, attesi con pazienza l’arrivo del trafelato ragazzotto fuori dalla pizzeria Di Napoli. Dovevo cercare libri che parlassero della conquista fascista, della supremazia della ‘razza bianca’, cose del genere. Certo, detto così sembra una faccenda neutra, parole a cui siamo abituati e che suonano in parte svuotate dalle centinaia di volte che le abbiamo usate in rievocazioni storiche o tra i libri di studio.

Non avrei mai pensato che mi sarei sentita così a disagio, vergognandomi profondamente nel mio insistere affinché i libri fossero il più razzisti possibile.

Lui sorrideva continuamente e spariva ad intermittenza per ricomparire dopo un po’ con altri libri che puzzavano di muffa, pieni di polvere, a volte rosicchiati dai topi. E mi mostrava le sue mercanzie con orgoglio, ammiccando e cercando una certa complicità nello sciorinare autori e titoli tra i più raccapriccianti.

Ormai ne aveva esibiti un bel po’ e io cominciavo ad essere confusa. Allora mi fece l’occhiolino e mi disse: “Vieni signora.” Mi fece strada, carico dei suoi pezzi da collezione, e io lo seguii dentro la pizzeria, giù dalle scale che portavano alla toilette. In un angusto antro in fianco alla scala erano sistemate, quasi ammucchiate, due poltroncine di velluto e un tavolinetto anni ‘60. Nella penombra creata dalla luce del piccolo lucernario mi fece sedere e aprì con circospezione il forziere dei suoi tesori: una porticina di legno che chiudeva il ripostiglio sottoscala. Lì, su dei ripiani, erano stipati centinaia di libri vecchi, scritti in varie lingue. Cominciarono a saltar fuori Annali dell’Africa Italiana che parlavano di ingegneria, di scuola, di edilizia, di amministrazione pubblica, tutte riferite alla nuova colonia d’Africa, infarciti di sentenze fasciste, efficientiste, inneggianti ad un’arrogante superiorità.

Addis Abeba_Imbocco corso Vittorio Emanuele IIIIntervallati a guide d’Etiopia del ’38, Manuali Coloniali sulle popolazioni indigene dell’Eritrea, libri fotografici d’Etiopia del ‘35, del ‘50, documentazioni dell’ insediamento di missioni cattoliche in Etiopia e Somalia, relazioni di viaggi addirittura della metà dell’800, saltavano fuori anche libri con titoli simili a: Il governo delle genti di colore, l’inferiorità della razza negra, brandelli di riviste sulla purezza della razza.

E il simpatico venditore, con una solerzia da bravo commerciante, era sempre più infervorato e gli occhi gli brillavano mentre sorrideva nel mostrarmi le date di pubblicazione, le stampe sulle copertine in stile futurista-fascista, il timbro della firma di Mussolini o Mussoloni come lo chiamava lui … logico, visto che in Etiopia le zucchine si chiamano zuconi e le noccioline ocioloni.

Mi sentivo davvero in una situazione paradossale: lui rideva nella sua pelle scura, valutando preziosamente e con orgoglio il proprio tesoro pieno di insulti alla sua dignità e io, l’acquirente, nella mia pelle bianca, violentavo la mia cosciente vergogna mentre cercavo di scegliere accuratamente i libri più razzisti e di propaganda fascista che mi venivano propinati.

Alla fine mi regalò anche un paio di cartoline stampate a Milano nel ’36, raffiguranti i piccoli Balilla e una strada di Addis Abeba distrutta dal saccheggio.

Il bizzarro contesto sembrava in realtà molto normale e in ogni modo la situazione si riequilibrò poi completamente nel rituale della contrattazione, in cui questa volta ero io a dover arrancare per non uscire dal sottoscala spennata e un po’ gabbata.

Chiara Lonardi